Storia del Trapizzino

L’idea dei trapizzini è di quelle che sono destinate a successo e imitazioni in Italia e all’estero, ma l’originale, poiché gioca sulla qualità delle materie prime, vince sempre. Stefano ha un quaderno dove annota le ricette di mamma, zie e signore che cucinano romano e così ecco le seppie con piselli, il pollo coi peperoni, il trapizzino col garofolato, quello col picchiapò e avanti coi piatti romani e con questo modo divertente di provarli senza l’obbligo della tavola apparecchiata. 

STEFANO BONILLI

Per parlare di Trapizzino dobbiamo partire dalle parole che Stefano Bonilli gli ha dedicato sul suo Blog Il Papero Giallo: pizza, divertimento, ricette, Testaccio, Roma.

È il 2005 e Stefano Callegari ha aperto una pizzeria al taglio a Testaccio. Già il nome è un programma: 00100, codice postale di Roma e insieme omaggio alla farina doppio zero.

Golosità, tecnica e fantasia aiutano a fare il passo che lo porta dalla pizza al taglio a un’invenzione guidata da un obiettivo altrettanto giocoso e goloso: la scarpetta da asporto. O meglio: prendere il gusto che solo la scarpetta di un sugo di casa sa dare, unirlo a una pizza che fosse capace di ospitarla. Da qui, il Trapizzino.

E così, il Trapizzino e Stefano Callegari riescono nell’impresa di portare una pizzeria al taglio nelle guide gastronomiche.

Il Trapizzino spicca il volo e nel 2013 si rende autonomo da 00100 pizza per diventare un marchio autonomo con l’incontro tra Stefano Callegari e Paul Pansera. Paul si occupa di locali da più di vent’anni. Ha innovato il panorama della ristorazione romana introducendo l’idea di locale polifunzionale aperto tutto il giorno. Amico di Stefano da una vita, per molto tempo ha seguito da vicino I’evoluzione di Trapizzino. Innamorato del prodotto, sogna di farlo conoscere in tutto il mondo. Ci ha messo poco a convincere Stefano che si tratta di un sogno possibile.

Insieme, Stefano e Paul hanno portato Trapizzino in Italia e nel mondo, fino nel cuore di New York.

L’inizio di una storia nata dalla voglia di avvicinare i più giovani alla cucina di una volta, non quella dei piatti veloci ma quella dei tempi e dei modi giusti, del “ci vuole il tempo che ci vuole” e dell’amore per la scelta delle materie prime.